Il re del gol dell’anno solare ha un passato così lungo che dentro ci trovi tracce di futuro. Alessandro Del Piero ha segnato più di tutti nel 2008, 20 gol in A, più di Amauri che ora gli fa da scudiero, più di Ibrahimovic. Ha 34 anni e nel 1999, a Natale, diceva cose come «Il mio Pallone d’oro è la guarigione» oppure «Vorrei diventare come Baresi, restare a vita alla Juve». Una vita dopo non solo è guarito dal tremendo infortunio al ginocchio di dieci anni fa, ma è cresciuto se è possibile. È sempre alla Juve, bandiera come Baresi al Milan. E il Pallone d’oro non l’ha vinto. Non ancora… Perchè qui il passato conta solo come nota esplicativa di un romanzo praticamente infinito. Meglio non porre limiti a Del Piero. Perchè a lui di quel passato resta la faccia pulita da finto studente, la linearità dei comportamenti, la serietà, una sobrietà che fa tanto Juventus. E gli sono rimaste le cicatrici, quel biennio di dolore che gli è stato restituito come rendita sofferta e meritata, come logorio risparmiato: una molla per fare a 34 anni cose che non faceva da «giovane». I numeri, quelli, li ha piegati a sua immagine e somiglianza. Oltre ai 20 gol dell’anno solare, e ai 21 che gli sono valsi il titolo di capocannoniere dello scorso campionato, ci sono quelli assoluti: 252 gol totali, 161 in serie A, 20 in B, 43 in Coppa dei Campioni/Champions League, 2 in coppa Uefa, 19 in Coppa Italia, 1 in Coppa Intercontinentale, 1 in Intertoto, 2 in Supercoppa Europea, 3 in Supercoppa Italiana. Un oceano. Di quantità e qualità. Quindici anni servono pure a prendersi due vittorie sul Real Madrid, con tre gol dei quali due al Bernabeu che entreranno nella storia. E da lì un pensiero stupendo: il Pallone d’oro 2009, in corsa con Ibra, Messi e Cristiano Ronaldo. Magari via scudetto o Champions. Alla faccia dei capitomboli del passato, di Calciopoli e della serie B, delle sostituzioni scientifiche di Capello («E perchè dovrei ringraziarlo? Ditemi solo perchè dovrei ringraziarlo», disse dopo lo scudetto del 2005), del suo rapporto un pò così con la Nazionale. Lui, campione del Mondo rimesso subito in discussione da Donadoni per una mera questione tattica. Si è visto poi come è andata a finire. I gol hanno preteso la convocazione di Del Piero e Donadoni licenziato dopo i mediocri Europei. Anche Lippi adesso non lo chiama. Ma solo perchè lo conosce troppo bene per fargli perdere tempo nella tappe intermedie. Lui, il capitano, vuole i Mondiali del 2010, altrochè. A suon di gol, ormai la strada è segnata così. Per questo ha chiuso il 2008 con «quel momento lì», come lo chiama lui stesso nella sua autobiografia «10+»: «C’è un momento di profonda solitudine, quando stai per fare una cosa e i tuoi avversari non sanno cosa farai, e soprattutto non lo sai ancora neanche tu: lì il calcio non è più uno sport di squadra e sei solo con la palla che sta arrivando. Diventi quello che fai, sparisci nel tuo gesto. Sono momenti di grazia assoluta». Ecco, Del Piero è proprio in «quel momento lì».