La risposta obbligata di una grande societ


Ci sono nomi glamour, nomi dal destino incorporato e nomacci che devono fare una fatica, è il caso di dire bestiale, per farsi largo. Quagliarella è uno di questi. Quagliarella è peggio di La Quaglia, uno dei tanti alias di Totò, ma peggio anche di Pappagallo, Piccione, Moscone e Beccaccia, peggio persino di Passera. Il diminutivo, nel caso dei nomi, è un peggiorativo. Per di più, Quagliarella non è solo una piccola quaglia, il suffisso "ella" ha di suo (gli esempi sono sulla bocca di tutti) una funzione aggiunta che definirei sminuente, in qualche caso spregiativa, è un suffisso che rimpicciolisce quanto è già piccolo di suo. Se sovrapponiamo poi al nome una faccia sghemba, irregolare, picassiana, ecco l’inattendibilità fatta persona, lo scetticismo del senso comune. Quagliarella inventa meraviglie in sequenza? Estri occasionali di un guitto da giardino (variante del nano da giardino). Abbaglio clamoroso. La storia italiana è piena di maschere assurde in cui la semplicità si combina al genio, tutta la commedia dell’arte ma, per essere contemporanei, lo stesso Totò La Quaglia, Roberto Benigni, Alvaro Vitali, il più brutto dei Brutos, tanti altri. Fabio Quagliarella è semplicemente un genio. Da mercoledì sera lo sappiamo tutti.
E dunque direte voi? Dunque, dico io, nel momento in cui Quagliarella diventa un nome con pari dignità e tutti si dicono masochisticamente, con quello che chiamerei un eccesso non autorizzato di consapevolezza: «ecco, Quagliarella non è più un nome alla portata della Roma», io rispondo proprio Quagliarella deve, sottolineo deve, diventare la risposta dell’orgoglio romanista allo strapotere della cafoneria milionaria che prima ci sfila Suazo, ora ci sfila Chivu, tenendoci come foche sudate al laccio della metà di Pizarro. Quagliarella che si allontana? No, Quagliarella si avvicina. Si allontana per società come Sampdoria e Udinese ma deve diventare l’obiettivo realistico di una società come la Roma, che può anche permettersi di avere risorse limitate ma non può permettersi di rinunciare alla dignità e alle attese dei tifosi, quando sono realistiche e non deliranti.
Suggerisce un motto giansenista: bisogna abbandonare le cose che ci abbandonano. Abbandonare Chivu che ci abbandona (senza per questo bollarlo d’infamità, questo sì un’infamia peggiore, faccia e feccia del moralismo populista) è un dovere, non abbandonare il piacere di continuare a sentirsi grandi è un nostro diritto. Qualunque proprietà che non sia in grado di garantirlo è tenuta a fare un passo indietro. Se si dice romanista.

Scritto da Giancarlo Dotto per Il Romanista