Assedio delle banche, la Roma sul mercato


Questione di famiglia. Lo è la Roma, lo sarà il futuro della società giallorossa perché così dicono i numeri e, soprattutto, così chiedono le banche. Il campo, Totti, Spalletti e la rincorsa all’Inter c’entrano, ma solo nella misura in cui potranno, con i loro risultati e verdetti, giocare a favore della As Roma piuttosto che degli altri asset familiari. La partita che tiene impegnata la proprietà del club capitolino, infatti, sembra avere il tempo contato e l’obbligo delle scelte, il tutto sotto la tutela dei vertici di Banca di Roma-Unicredit. La svolta ha il suo punto di partenza nel marzo del 2004 e quello di arrivo ogni tre mesi, tempo delle verifiche bancarie sul risanamento. Franco Sensi è chiamato a indicare, nero su bianco, come e, soprattutto, cosa vendere per cancellare il debito della Italpetroli – circa 343 milioni di euro – verso Unicredit e in piccola parte anche nei confronti di Intesa San Paolo e Banca Marche.

Questione di famiglia perché i Sensi devono vendere e i gioielli sono tre: la As Roma (il calcio per intenderci), i terreni edificabili di Torrevecchia e i depositi petroliferi di Civitavecchia. L’accordo del marzo di quattro anni fa diede inizio al risanamento (il debito si è più che dimezzato) ma, allo stesso tempo, concesse il 49 per cento di Italpetroli, la holding dei Sensi, a Capitalia, oggi Banca di Roma-Unicredit. Non solo azioni. Una clausola, ereditata dall’istituto con a capo Alessandro Profumo, pende sul futuro della famiglia romana come una spada di Damocle: la stretta di mano del 2004 prevedeva una verifica a tappe ben determinate che, se non avesse portato alla luce gli asset da mettere sul mercato per tappare il debito, avrebbe capovolto le percentuali di Italpetroli concedendo la maggioranza alle banche, libere, a quel punto, di fare quello che i Sensi non avessero fatto.

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I conti, e le congiunture, dicono che il settore immobiliare è in crisi tanto da rendere meno appetibili di un tempo i terreni che i Sensi possiedono a Torrevecchia (di circa 100 milioni è stimato il valore); diverso il discorso per i depositi petroliferi che il presidente della Roma ha nel suo patrimonio a Civitavecchia, oggetto del desiderio anche dei russi o dei francesi. E l’azienda calcio? La lettura del bilancio «separato» al giugno 2007 iscrive la plusvalenza di 123 milioni di euro frutto della cessione del marchio alla controllata Soccer di Brand Management Srl, società di cui detiene il 50 per cento Maria Cristina, una delle sorelle dell’amministratore delegato della Roma, Rosella. Un’operazione giudicata un po’ acrobatica così come quelle di altri club (Inter, Milan, Lazio innanzitutto), ma che è stata necessaria per assorbire nei conti gli oneri sui costi dei calciatori, prima spalmabili in dieci anni e poi in cinque per decisione dell’Unione Europea.

I segnali che arrivano da Banca di Roma-Unicredit sono di massima attenzione a tutto ciò che riguarda le mosse dei Sensi: per ora nessuna scadenza senza appello, ma i vertici degli istituti di credito hanno comunque tracciato un cammino ben definito. L’Italpetroli dovrà, a breve, coprire il suo passivo e, gioco-forza, i numeri impongono alla famiglia proprietaria della Roma scelte dolorose che rischiano di coinvolgere le sorti del calcio di casa, oggi valutabile nell’ordine di circa 150 milioni. Il tempo delle riflessioni sta per scadere, la partita fra Civitavecchia, i terreni di Torrevecchia e Trigoria anche. Che fare? Questione di famiglia, del patron Franco Sensi e delle tre figlie. Totti, Spalletti e la rincorsa all’Inter possono spostare gli equilibri dei sentimenti ma i numeri (quei 343 milioni di debiti) sono un’altra cosa. In passato gli assalti alla Roma calcio sono stati rispediti al mittente (vedi i russi), un domani non troppo lontano una nuova offerta potrebbe far vacillare la famiglia, fino indurla a cedere.

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La spada di Damocle delle banche pende sul futuro del club grazie al 2 per cento sufficiente a capovolgere gli assetti davanti ai tentennamenti dei Sensi, anche se per ora viene smentita l’intenzione di esercitare l’opzione. Nessun ultimatum, semmai appuntamento ai giorni di aprile con una nuova verifica. Un passaggio cruciale per capire da che parte si spingerà la sfida degli asset di famiglia da vendere. Gli americani si sono limitati ad un sondaggio, ma c’è un fondo statunitense che potrebbe chiedere di aprire una vera e propria trattativa senza scappare come fecero i russi della Nafta Moskva nel 2004.

Fonte: lastampa