Adriano non è un bluff


Il fantamercato giallorosso affascina, perché sollecita il dibattito sulle qualità e le caratteristiche di un buon numero di atleti, attaccanti nella fattispecie, suggerendo raffronti e valutazioni di opportunità, quasi fossimo realmente nella possibilità di scegliere. E allora giù con Adriano, l’ultimo in ordine di tempo, in una sorta di contrapposizione ai vari Toni, Van Nistelrooy e chi più ne ha, più ne metta. Il brasiliano vanta, senz’altro, prerogative interessanti, pur evidenziando limiti allarmanti. Adriano non è il calciatore a fine carriera, in cerca di un club dove svernare. Non abbisogna di quella continuità agonistica, da esaurirsi nel breve lasso temporale di sei mesi, tutta proiettata a sparare le ultime cartucce, in cerca di una chances mondiale. Adriano, 27 anni, è un calciatore su cui investire, nell’ottica di un progetto medio – lungo, un professionista al quale offrire un contratto importante, anche nella durata. Un fuoriclasse da tenere in considerazione, laddove la tanto famigerata alternativa tattica non sia solo una carta della disperazione, da giocarsi negli ultimi dieci minuti di una partita compromessa, ma un lavoro quotidiano, volto a costruire un’idea di gioco precisa e consapevole, da appaiare alle soluzioni, ad oggi, maggiormente funzionali. Adriano da mandare in campo, Adriano da fare accomodare in panchina, proprio come fanno le grandi squadre. Tuttavia, la punta carioca ha manifestato, in passato, scompensi di ordine comportamentale. Sia chiaro: non parliamo di notti brave. Piuttosto, rispolveriamo qualcosa di patologico, un’inquietudine che rischiava di sfociare nel dramma della depressione. Adriano in sovrappeso, certo, ma nel cuore; perché la depressione non aggredisce lo sportivo, uccide l’uomo. Un campione, Adriano, tanto forte nel fisico, quanto fragile nell’animo. Un colosso di creta, come tanti nella storia dello sport. Adriano ora sta bene. Si è ritrovato nel suo ambiente, fra la sua gente. Da uomo coraggioso, valuta l’ipotesi di rituffarsi in un oceano affollato di squali, perché lì ha lasciato qualcosa in sospeso, perché finalmente ha deciso di guardare il nemico dritto negli occhi, l’unico modo per sconfiggerlo definitivamente. Non credo nella possibilità che il brasiliano arrivi a vestire la maglia della Roma; soprattutto, non sponsorizzo l’operazione. Mi auguro, però, che la nostra eventuale desistenza abbia esclusivamente origini economiche o, al più, motivazioni tattiche. Mi dispiacerebbe apprendere che proprio Roma manchi della fermezza necessaria per credere in un Imperatore risorto.


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